Un giorno come tanti mi trovo a pensare, chissà perché, forse per colpa di questo isolamento forzato, alla mia vita. Penso sia bella e allo stesso tempo complicata.


Penso alla mia storia, al mio vissuto e mi sento forte e fragile allo stesso tempo. Guardo mio figlio e spero non debba mai passare quello che ho passato io. Forse è la prima volta che metto tutto insieme e mi rendo conto che il mio passato è pesante e nonostante abbia sempre cercato di tirarlo fuori, di raccontarlo alle amiche più fidate, non ho mai riflettuto sul vero impatto che ha avuto su di me.
Me ne accorgo soprattutto quando sento pronunciare quella parola, detta con tanta superficialità da molti, per scherzo o anche semplicemente per dare un significato ilare ad una persona “particolare”: BIPOLARE.
Eh sì, perché se una persona è indecisa o magari ha un carattere turbolento ormai si abusa di questo termine “Certo che quella è proprio bipolare, la mattina pensa una cosa e la sera cambia idea”. Tante, troppe volte sento questi commenti.
Non sono rivolti a me, e non è per questo che resto sgomenta, ma perché mi rendo conto che nessuno di quelli che usano così facilmente questo termine sa davvero cosa vuol dire.
Di certo non sa, come me, cosa vuol dire avere una sorella che lo è davvero. Non sa cosa vuol dire essere mandata a dormire a 9 anni dalla vicina perché è meglio non essere in casa in quei giorni, e scoprire poi che Lei ha provato a “volare” e per fortuna non c’è riuscita per la prontezza di mia madre che non ha mai dormito sonni profondi.
Quelle persone non sanno cos’è un ellettroshok, perché poi è stato vietato per fortuna. Ma io lo so, e non oso neanche immaginare cosa ha provato mia madre vedendo mia sorella sottoposta a tale tortura.
Non sanno cosa vuol dire essere bambina e vedere una sorella che guarda la televisione con 2 paia di occhiali da sole, o svegliarsi di tutta fretta nel cuore della notte vedendo una madre disperata cecare la figlia sparita. Mia sorella era sparita. Maniglie ricoperte di crema solare, vestiti in casa, mancava un costume da bagno (per fortuna, almeno non era nuda). Ritrovarla al bar del villaggio dopo aver ricevuto la telefonata del gestore, anima gentile.
Non sanno quanto le medicine offuschino la mente di quella creatura giovane, aveva 17 anni la prima volta che è stata male.
Una malattia bastarda, che ti rende lucido finchè ti curi, ma appena svaniscono gli effetti della medicina il caos. A volte iper allegra, a volte depressa, a volte troppo consapevole di non poter vivere una vita normale.
Non è violenta, non farebbe mai male ad una mosca, e chi la conosce lo sa. Ma chissà, forse qualcuno pensa ancora che chi ha malattie mentali è da temere, evitare. E lei è sola.
Io vivo una vita normale e inevitabilmente mi sento in colpa, perché non posso fare molto, non posso cambiare le cose, posso solo parlare con lei e darle conforto quando mi dice che a 53 anni non sa come pagare una bolletta, non sa cucinare e soprattutto non sa come potrà essere la sua vita quando i nostri genitori non ci saranno più. Io ci sarò, non sei sola, le dico. Ma io vivo a Firenze e lei è sola.
Mi rendo conto che tutto questo fa parte della mia vita, è dentro di me. Nascondo i miei ricordi per non farmi male ma a volte, inevitabilmente riaffiorano.
Guardo mio figlio di 8 anni e lo vedo così piccolo. Io ero piccola e lo capisco ora. Ma di cosa mi voglio lamentare, io almeno ho una vita normale.
Ma le parole hanno un peso. E vanno usate con coscienza.
A me hanno insegnato a non dire Mongoloide a nessuno. Quando ero adolescente spopolava per prendersi in giro. Non era bello, non era corretto.
Ora la nuova moda è un’altra. Ma Vi prego, perdetela! Perché entrate nella vita di qualcuno che, come me, sa davvero cosa vuol dire, e questa parola non può essere usata con superficialità.

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